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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


11 giugno 2014

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Tutto mi sembra, men che una marcia trionfale. Mi riferisco, ovvio, ai ballottaggi. Dove il PD conferma la sua forza, in presenza però di alcuni segnali in controtendenza. Livorno, in primo luogo. E poi Perugia e Padova. C’è qualcosa che scricchiola, che riguarda in generale il rapporto degli italiani con la politica, ma che concerne pure la 'presa' del PD (di un partito ‘marchio’) sui territori. Senza le Europee a fare da traino, senza l’effetto Renzi, senza l’onda mediatica, il conto si riduce al giudizio dei cittadini sull’operato locale della Giunta e sulla qualità territoriale della politica (oltre che sulle recenti vicende giudiziarie). Il partito ‘svuotato’, se non c’è Renzi a fare spettacolo, manifesta tutta la propria limitatezza quando si tratta di mostrarsi autorevole, in carne e ossa dinanzi ai cittadini. Il paradosso (nemmeno tale) è il seguente: più trascina il Capo a livello nazionale, più cedono tuttavia le ‘gambe’ locali e si stracciano i legami con i cittadini reali, quelli che chiedono sviluppo urbano, servizi, decoro, qualità della vita, e non si contentano di 80 euro in busta, molti annunci e una generica propensione alle ‘riforme’ . La vita delle città (la ‘vita’ pubblica tout court, direi) è fatta di cose reali, di cose che vorremmo funzionassero, di servizi che invece stentano, di una ‘fatica’ della qualità urbana che tutti scontano direttamente, ogni giorno, testardamente, senza intermediari mediatici, senza ‘avatar’ sondaggistici a fare da schermo o da alibi.

Insomma, si torna sempre lì, a bomba: il partito del Capo, pur vincente, appare inadeguato a interloquire coi cittadini reali, tutt’al più si rivolge ai loro sembianti, ‘comunica’ con figure di mediazione dedotte dai sondaggisti, e anche quando distribuisce 80 euro, lo fa verso cittadini-tipo di cui si immaginano appena i contorni, le sfumature sociali, ma in modo approssimativo, vista la profonda distanza che resta tra il front-man politico e la minuteria reale della platea. Non è un caso che i primi commenti al voto indichino già la prossima direzione di marcia, ossia fare in periferia quel che è già stato fatto al centro: nuovissima classe dirigente, facce giovani, annunci portentosi e magari il sorgere dal nulla di un nuovo ‘capetto’ locale per riprodurre in sessantaquattresimi il Renzi di governo. La politica degli avatar, insomma. “La rottamazione è solo iniziata” conferma Nicodemo, facendo intuire che presto dilagherà in periferia. Ma il rischio di questo incaponirsi sul modello (per ora) vincente, di rievocare sempre il fantasma della rottamazione, rinvigorendo il paradigma ‘vecchio-nuovo’, è che alla fine ci si convinca davvero che tutto si possa ridurre al mero ribaltamento locale delle poltrone, e non se ne intuisca invece il reale, antico rischio di fondo: la consegna finale, mani e piedi, ad alcuni potentati locali, in ragione dell’impossibilità di impiantare sul posto un modello mediatico-politico valido (al più) al centro, ma solo in parte nelle grandi città e men che mai nelle città medie o piccole. Il cittadino reale mal si adegua agli astratti schemi comunicazionali e alla ‘calda’ storytelling ottimistica del Capo, affamato com’è di servizi che funzionino oppure di decoro e di qualità urbana che non si vedono. L’alternativa resta sempre la stessa: il voto di scambio, oppure di appartenenza, o al contrario quello di protesta. Se manca la politica o la si riduce alla formula ideologica della ‘rottamazione’, da questa secca e mortificante alternativa ('fedeli a qualcuno o lontani da tutto') non si sfugge di sicuro.


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20 maggio 2014

Le opinioni costanti

In questi giorni sono quasi disgustato dai ‘paroloni’, dagli insulti e dai toni da maschio alfa che volano in campagna elettorale. La più brutta, la più inguardabile di sempre. Ciò accade, perché credo che a questa campagna manchi un ingrediente essenziale, manchi un quid, ossia la passione concreta, la partecipazione viva, entrambi surrogate da una specie di stizza, di rabbia, di tensione comunicativa e presenzialista che alimenta il pathos senza farlo apparire davvero sincero, ma solo un escamotage per indurre i cittadini a schierarsi senza troppe pretese. La fine della politica, purtroppo, non è indolore. Trascina con sé anche l’adesione attiva, spontanea, l’empatia, e rilascia una specie di rumore bianco, che esplode virulento nelle piazze, che vibra in rete, che fa sussultare la scena elettorale senza incidere davvero sulle cose, ed è pronto a sparire nel nulla quando l’ultima scheda cadrà, infine, nelle urne.

L’insincerità, ecco cosa fluttua nell’aria. La finzione, direbbe Borges. Che induce a veloci riposizionamenti, abili capriole, audaci ricollocazioni. Veloci perché i ritmi della comunicazione-politica sono frettolosi, incombenti, e non lasciano il tempo di aggiustare la mira, di apparire pensosi, di macerarsi nel dubbio. In breve di sembrare almeno sinceri. Da oggi a domani si salta e non c’è ripensamento possibile. Così è stato per molti. E se tanto mi dà tanto, questa ‘prescia’ (come si dice a Roma per indicare la ‘fretta’) produce alla fine sfondi di cartapesta al posto dei grandi scenari, identità labili al posto dei caratteri politici forti di un tempo, militanti banderuole invece delle rocce cui eravamo abituati. È vero che Mao inneggiava alle canne (flessibili e pronte a tornare al loro posto dopo la tempesta) rispetto agli alberi (che sono più resistenti ma finiscono per essere abbattuti dal vento forte). Ma è altrettanto vero che un giorno Massimo D’Alema disse di essere, a differenza di altri, un “uomo di opinioni costanti”. Una definizione che per noi valse, sin da allora, come monito. E che non vuol dire sbarrare gli occhi al cambiamento, chiudersi a riccio, reagire in malo modo agli eventi. Semmai significa cogliere del cambiamento l’essenziale, solo la sua verità, non altro. Una cosa, certo, più faticosa di una semplice piroetta. Ma tant’è.


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29 maggio 2013

Medley elettorale

 

Gli incolti

Predicare l’antipolitica vuol dire uccidere la politica. E ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro a tutti, anche ai più scemi, che puntare allo sfascio vuol dire davvero sfasciare tutto, senza mezze misure. La democrazia e la politica sono questioni delicatissime, meccanismi complessi, intelaiature tecnico-culturali che andrebbero curate e non sbrindellate dal primo miliardario e/o c...omico di turno. Ce ne accorgeremo del danno provocato, quando l’astensionismo avrà raggiunto un culmine finale, quando l’abrogazione del finanziamento pubblico spalancherà la strada ad avventurieri e miliardari, mentre ucciderà in via definitiva i partiti, in particolare quelli non padronali. Ce ne accorgeremo quando non esisterà più una cultura politica, ma solo marketing e gossip. Ce ne accorgeremo, insomma, quando sarà morta la politica, e i primi a rimetterci saranno gli ultimi, i più disagiati, quelli senza santi in paradiso, compresi i sottoproletari culturali che vivono in borgate dimenticate da Dio e dagli uomini (ma non dalla TV) e che rappresentano meglio di altri la sciocca brutalità dei giorni nostri. In venti anni c’è stata una rivoluzione culturale, non nel senso che siamo tutti più berlusconiani, ma nel senso più semplice, elementare che siamo tutti più incolti. Ne sapevano di più, trenta anni fa, i lavoratori che facevano le 150 ore dopo otto giornaliere dure di lavoro, che i tanti colletti bianchi che oggi vivono con gli occhi bassi incollati sullo smartphone. Ecco, basterebbe già questa tremenda consapevolezza (etica e culturale assieme) a darci una seppur minima speranza di salvezza. E qui finisco, sennò passo per il solito vecchio acido e risentito.


Astensionisti

Ora, un po’ come tutti, sono anch’io qui a macerarmi sul perché dell’astensionismo e a chiedermi ‘leninianamente’ che fare per riassorbire questi elettori che decidono di non andare alle urne. D’altra parte, una cosa va detta. Non tutti gli astensionisti sono protestatari consapevoli, gente che ‘manda segnali’, cittadini appassionati ma delusi. Niente affatto. Una quota crescente è di gente che la politica nemmeno la vede, né la ama, tantomeno si sente portato per i temi civili. Semplicemente non votano perché non votano, una specie di tautologia. E si tratta a mio parere di una percentuale crescente. D’altronde l’antipolitica deve pure aver lasciato delle tracce consistenti nella coscienza delle persone, e così la cultura soverchiante del mercato e del consumo,  l’individualismo sfrenato, l’egoismo a spanne, il berlusconismo dilagante soprattutto tra le casalinghe e le olgettine, l’attenzione mostruosa per particolari insignificanti della vita rispetto a quelli che contano davvero, ecc. ecc. È chiaro, è evidente che nell’astensionismo ci sono dei riflessi culturali. Che l’astensionismo è anche un prodotto dei tempi e non solo un consapevole rifiuto della politica e delle elezioni. MAGARI fosse un atto di consapevolezza, saremmo già un passo avanti. La verità è un’altra ed è peggiore del male. Chi si astiene in buona parte se ne frega altamente, ed è più attento al proprio apparire che al proprio essere. E la politica intesa come bene pubblico e impegno civile è davvero incomprensibile a costoro. Sapevatelo prima di dannarvi l’anima dietro un falso problema.



Autoreferenziali

Raymond Queneau una volta definì in questo modo la geometria: “Scienza che un certo numero di persone, per ragionevoli motivi, ha deciso di chiamare tale”. Daniele Del Giudice, citandola, la definisce una perfetta tautologia e perciò, aggiungo io, formula inattaccabile, capace di sfidare ogni rivolgimento della realtà reale. È il caso di Grillo (e spiego perché). Gli elettori decidono di votare come ritengono opportuno? Lui dice che sbagliano, che avrebbero dovuto invece votare in un altro modo, contro il PD, a favore del suo movimento 5 stelle. Ma se è così, perché farli votare questi elettori che sbagliano? Sottoscriviamo a casa di Grillo un adeguato verbale elettorale senza nemmeno aprire un’urna. Sì che abbatteremmo i costi della politica, segnatamente quelli della democrazia tout court! È da queste dichiarazioni farneticanti che esce fuori l’anima vera, autoritaria, dittatoriale di Grillo e dei suoi. Il quale vorrebbe un mondo di oligarchie, di élite che decidono per tutti, perfettamente in linea con l’andazzo attuale di lento e progressivo svuotamento della partecipazione popolare, sotto i colpi dei media e delle oligarchie finanziarie, tecniche, comunicative. Ed è evidentissima l’autoreferenzialità (e torno a Queneau) di questi grillini, intenti a parlare i scontrini mentre l’Italia paga dazio alla crisi, e che poi si meravigliano che nessuno sappia che hanno anche presentato disegni di legge su questo e su quello (ma per un parlamentare è mestiere, niente più). Così autoreferenziali, così chiusi nelle loro alchimie di rete o di assemblea permanente anche per decidere col referendum a chi spetta tirare la catena del cesso, che potremmo dire di Grillo, appunto: “Persona che un certo numero di grillini, per ragionevoli motivi, ha deciso di chiamare tale”. Mi sfuggono soltanto i ragionevoli motivi addotti da questa combriccola di scriteriati eletti con demerito agli scranni parlamentari. Potevamo tranquillamente lasciarli ai loro deliri web. Non se ne sarebbe accorto nessuno. Autoreferenziali, appunto.




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22 marzo 2013

Il piano B non esiste.

 

Il Piano B semplicemente non esiste. E nel caso esistesse sarebbe la negazione del Piano A, e cioè un governo di cambiamento guidato da Bersani. Fuori di questo vedo già lo spettro di un altro governo del Presidente (con tutto il rispetto ) o di un governo tecnico (abbiamo già dato) o di un governo di alte personalità (in quanto tali del tutto svincolate da mandato e rappresentanza, dunque fuori dalla logica democratica). Senza politica e senza progetto di cambiamento, un governo è solo emergenza e galleggiamento. È come mantenere in vita un Parlamento divenuto fine a se stesso, autoreferenziale, svuotato di rappresentanza effettiva. Come garantire ai parlamentari una sopravvivenza di fatto ingiustificata.

 

Senza governo non riusciremmo a fronteggiare la crisi? Ma siamo da mesi senza un governo. Per conto mio, è da agosto che l’esecutivo Monti è morto all’interesse pubblico e sopravvive delle sole ambizioni del premier. Un anno di governo tecnico (purtroppo, perché nei primi mesi di vita ha svolto dignitosamente il suo compito) ci lascia con indici socio-economici peggiori di quanto non fossero prima (a partire da precarietà e disoccupazione). Oggi serve una svolta. Basta galleggiamento.

 

Peraltro, vorrei vedere alcuni alla prova di una nuova campagna elettorale, Berlusconi per primo, ossia l’uomo che, dicono, si è battuto come un leone nella precedente campagna. Così come vorrei vedere Grillo alle prese con un altro tsunami che potrebbe essere, più che altro, un venticello alla Bombolo. Nonché Monti, che verrebbe risucchiato definitivamente dal buco nero del Centro. Ma vorrei anche vedere i grillini mollare senza rimpianti, resistenze, desistenze e incazzature la loro poltrona parlamentare. E vorrei anche vedere Crimy senza più il microfono davanti: riusciranno a toglierglielo? Riuscirà la forza pubblica a sgomberare l’aula dai seguaci di Grillo a Parlamento ormai disciolto? Bella sfida davvero.

 

Un’altra campagna elettorale di attacco. Meno ‘responsabile’. A carte scopertissime e pronta a lanciare la sfida. Si deve far tesoro dell’ultima e ripartire in tromba. Oggi più che mai serve un’Italia Giusta, lo vediamo alla prova dei fatti. Non paia estremismo, questo, ma solo un invito alla radicalità, in una fase che non chiede moderatismo, ma assunzione verticale di responsabilità e, persino, una certa irresponsabilità. Ci vuole coraggio non solo idee. Bersani sta dimostrando di averlo. Se fallisse, se non gli fosse riconosciuta la guida del governo, questo coraggio riversiamolo nel Paese: dialogo e progetto, ecco il claim. Un bagno di democrazia nelle urne, mentre i progetti che vedo non sono più meramente antipolitici, ma quasi eversivi. Senza il quasi.

 
Nella foto, l'eventuale piano B. Aaaaaaargh!!!


28 febbraio 2013

Parlamento e Paese


 

In Italia c’è da sempre una corrente antiparlamentare. Non solo di destra, purtroppo. Per la quale il Parlamento è un’aula sorda e grigia, i partiti una combriccola di corrotti, le istituzioni una fogna o giù di lì. Anche Grillo alimenta questa convinzione. Eppure il gioco democratico si gioca lì, in Parlamento. E prima ancora nel Paese, tra le persone, le loro voci, le loro preoccupazioni. Sta a noi fare cortocircuito, stringere di nuovo assieme queste due funtivi. L’occasione è qui, presente, senza alambiccamenti, senza discorsi a mezza voce, senza telefonate private, senza contatti in qualche segreta stanza. Ma così, senza rete, ‘irresponsabilmente’, così come vogliono i cittadini, non la destra, non Grillo (che auspica un governassimo così gli tornano i conti), ma i cittadini. La palla è a Bersani (non a qualche tecnico o a Renzi o a chi altri), che deve stanare il sorcio grillino e che deve chiamare alla responsabilità non tanto la ditta Casalegno, ma i giovani, le donne, le persone catapultate in Parlamento quasi dal nulla. È l’occasione storica per votare provvedimenti fondamentali (il conflitto di interessi), razionalizzare il sistema politico, cambiare la legge elettorale, rivitalizzare le istituzioni, e intervenire su lavoro, esodati, economia. Così come farebbe un governo parlamentare e popolare assieme, una maggioranza davvero strana (e meno male, visto l’aria che tira).

 

Parlamento e Paese, su questo crinale si decide tutto. Anche il destino del PD, che cessa di essere una specie di equivoco tenuto assieme da una leadership, per diventare partito a tutti gli effetti e senza infingimenti. Ha detto bene Orfini, oggi, su l’Unità: una nuova generazione di dirigenti e di militanti si assuma il dovere di ricostruire un rapporto con la società. Siamo mancati nella rappresentazione della rabbia sociale, ha puro aggiunto. Ed è la verità, l_antonio in questi giorni ha detto la stessa cosa. Il rapporto con i cittadini, le persone in carne e ossa (non gli avatar della rete) per un partito di sinistra, per un partito popolare è fondamentale, insuperabile, il suo deficit prima o poi si paga. Siamo rinchiusi non solo nel recinto del 30% politico da sempre, ma lo siamo anche a livello sociale. Parliamo ai ceti intellettuali, al ‘ceto medio riflessivo’ dice Orfini, mentre gli altri sono fuori dalla nostra portata linguistica, dai nostri codici, persino dalle nostre suggestioni.

 

In campagna elettorale abbia speso le parole dell’Italia giusta, è un patrimonio da valorizzare. Serve ora uno scatto di reni, serve l’innovazione e il radicamento. Weber oggi dice sull’Unità che il Paese vuole radicalità. Non l’ennesimo governo tecnico – aggiungo io - dal quale i partiti si terrebbero alla larga, isolandolo come la peste. Con l’esito immaginabile. Lavoriamo invece sulle contraddizioni del corpo politico, come ci hanno sempre insegnato, mettiamo a nudo gli altri soggetti, chiediamo ‘irresponsabilmente’ responsabilità davanti agli occhi aperti del Paese. Se dovessero scattare le elezioni, avremo comunque poste da giocare e soprattutto stavolta si giocherà a carte scoperte. La situazione del Paese sarà più chiara e noi più pronti alla lotta. Non abbiate paura, non è affatto il momento.

Nella foto, l'elettore virtuale


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26 febbraio 2013

Straniero in terra straniera

 


Una volta i sociologi discettavano sulla società dei due terzi. Si intendeva una sorta di ‘dittatura’ sociale che, in qualche maniera, costringeva la minoranza a subire modelli e scelte di una maggioranza solidissima. Oggi la stessa formula calzerebbe per la politica: c’è una società dei ‘due terzi’ che sfida e sospinge di lato il restante ‘terzo’, che è poi quello a cui afferisce in sostanza il PD, la sinistra, dunque la coalizione guidata oggi da Bersani. Proprio a questo terzo noi, comunemente, ci rivolgiamo accorati, consapevoli che i restanti due sono appannaggio stretto di altri (destra, populismo, demagoghi, avventurieri di varia risma), e quasi li concediamo di default. Perché? Perché la sinistra è capace di dialogare fittamente e reciprocamente con il ceto medio intellettuale, l’aristocrazia operaia, i professionisti illuminati, coloro che riescono a concentrarsi un quarto d’ora almeno per capire il senso di una proposta politica articolata e complessa. Ma è incapace di farlo con altri, con quelli a cui bastano poche formule demagogiche lanciate da una TV, anche rozze, anzi meglio se rozze. A questi ultimi (ricchi e poveri) la sinistra non arriva, per due banali ragioni: 1) i linguaggi sono radicalmente diversi, 2) all’ascolto di questi mondi distanti non ci applichiamo più come dovremmo. Due terzi di società sono ormai, per noi sinistra illuminista, terra straniera. Materia oscura. Impenetrabile.

 

La differenza tra popolare e populista è tutta qui. La forza popolare è capace di entrare in dialogo con strati e ceti popolari ‘bassi’, oggi molto colpiti dalla crisi. E di farlo con argomenti e ragionamenti. Quella populista lancia invece messaggi demagogici a una platea di società a cui mancano sempre più gli strumenti culturali, la capacità di comprensione dettagliata, l’abitudine all’ascolto, l’interesse stesso di ascoltare e capire. Ricchi e poveri. La famosa pancia, che è tale perché usa poco e male gli strumenti intellettuali, spesso non ne dispone, a cui preferisce il sentimento immediato, l’empatia di tipo televisivo. Che fare? Riannodare subito i fili strappati, rimettere a fuoco situazioni apparentemente perdute, parlare al popolo ma non in senso populista, tornare a vivere la quotidianità di certi ambiti urbani periferici, marginali, sconnessi, frammentati. La coesione sociale non è un ‘fatto’, ma un compito posto dinanzi alle forze politiche più consapevoli. Il populismo attecchisce laddove manca il tessuto connettivo, e siamo tutti atomi, individui, pur immaginandoci ‘popolo’. Il PCI queste cose le sapeva fare, anche se all’apparenza era anch’esso solo un ‘terzo’ di società politica, il famoso 30%.

 

Vivo in borgate completamente frammentate e disseminate, quasi senza vita sociale. Fortini chiusi, nomadi insuperabili. Molto disagio accanto a tanto lavoro nero, abusivismo, evasione fiscale. Una bomba esplosiva, a cui non corrisponde un adeguato intervento politico. Terra straniera. Qui Grillo ha trionfato dal nulla, Berlusconi è crollato ma fa ancora numero, il PD vacilla. Non c’è da meravigliarsi. Qui regna la società dei due terzi populisti. Qui non basta dire in televisione cose ragionevoli, argomentazioni, fili di ragionamento su scuola, lavoro, welfare, inclusione. Qui anche la ragazza rumena che vive di lavoro nero, in affitto costosissimo, con il compagno precario, qui anche lei sceglie Berlusconi alle amministrative. È inevitabile, se nessuno le parla concedendole una qualsivoglia chance alternativa Anche lei, straniera, vive una terra straniera. Straniera due volte dinanzi a noi.

 


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26 febbraio 2013

Blood sweat and tears

 

La coalizione di centrosinistra è prima alla Camera e al Senato. In qualsiasi altro Paese (Zambia compreso) ciò determinerebbe le condizioni per governare. In Italia no, perché noi siamo speciali. In Italia chi vince perde, al massimo pareggia: sottile paradosso intellettuale, che fa gola ai filosofi e lascia i normali cittadini con il culo per terra. Tant’è. Siamo già pieni di mea culpa, croci e calvari: ‘non abbiamo capito, non abbiamo innovato, abbiamo sbagliato, abbiamo commesso errori, il paese reale è più avanti’, e così via. Questo il dibattito che periodicamente si erge da quell’accrocco di piagnoni perdenti che è la sinistra italiana. Il fatto, purtroppo, è che siamo molto raffinati intellettualmente e poco propensi alla battaglia, che peraltro non finisce nell’urna ma va oltre. Ben oltre. Per esempio adesso lo scontro si sposta in Parlamento, dove guai a mollare prima di aver tentato un serio esercizio di governo. Serve coraggio e serve un po’ più di resistenza al ‘sangue, sudore e lacrime’ che pertengono organicamente alla vita politica.

Si sa che l’Italia è un Paese di destra, o meglio di pance che cercano soddisfazione. Ma ciò non deve sconfortarci, semmai il contrario. Lo stesso programma di governo (lavoro, equità, scuola, welfare) deve essere catapultato in aula, e deve diventare terreno di confronto non ideologico con la pattuglia grillina. Vediamo se sono davvero persone pragmatiche o una setta di sprovveduti eterodiretti. Per esempio: Presidente della Repubblica di alto profilo, riforma della legge elettorale, risorse alla scuola pubblica, al trasporto locale e per gli esodati. Misure di sostegno alla sanità, lotta agli sprechi compresi. Insomma, dobbiamo tentare un governo che sappia galleggiare produttivamente sulla crisi, e che deliberi provvedimenti coerenti con il programma elettorale. Poi si andrà a votare, ma non domani, non in questa condizione più simile alla Grecia che a un Paese della levatura dell’Italia. Che mi ha profondamente deluso, lo dico in modo meno colorito di ieri su Twitter.

Il nostro Paese è allo sfascio, pronto a rispondere a tutti i solleciti populisti, dovunque provengano. Capace di seguire prima un miliardario poi un comico verso il nulla di nulla. Pronto a parlare il linguaggio dell’antipolitica (ultima e vincente ideologia italiana) e mai quello della politica. Nei quartieri più periferici o disagiati di Roma Grillo ha trionfato, mentre è andato sotto laddove è più forte la coesione sociale e culturale. Ecco l’Italia che sceglie Grillo o Berlusconi, la stessa che vorrebbe uscire dalla crisi a tentoni, a mozzichi e bocconi, al buio, sbattendo allo stipite della porta, senza una prospettiva, senza un percorso. Presentare un progetto politico è oggi un dovere, quasi un prezzo da pagare per la sinistra. Quando il gioco si fa duro, spetta ai duri giocare. Il punto è che la sinistra è dura nelle proposte ma moscia, tremendamente moscia nel suo corpaccione organizzativo e nel suo spirito battagliero. Nel suo popolo, insomma. Il PD non avrebbe mai fatto uno Tsunami Tour, purtroppo, e non avrebbe nuotato nel canale di Sicilia con la stessa energia e la stessa convinzione di Grillo. Il PCI era altra cosa, ammettiamolo. Siamo ceto medio intellettuale, ecco il difetto ‘di classe’, direi. È questo il cruccio vero.


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24 gennaio 2013

La pastasciutta

Non vorrei apparire banale e semplicistico. Ma Ingroia scende in politica nell’intento di rosicchiare i beni elettorale di PD e SEL, non per altro. D’altronde è impensabile che possa andare a scavare l’elettorato di centrodestra: da quella posizione defilata ed estrema del mercato politico non ci sono altre chance se non raschiare briciole alla sinistra di governo.

 

Perché? Per ambizione personale, per la soddisfazione di un arrembante ceto politico di presunta società civile o di PM annoiati dal proprio lavoro o, meglio, bramosi di una certa volontà di potenza, ma anche per dare nuove opportunità al vecchio ceto politico di rivoluzionari professionisti, imbevuti di ideologia, più o meno posizionati ai bordi della sinistra, in posizioni radicali o estremistiche. Per capirci, il ceto della vecchissima Rifondazione, dei Verdi (o di quel che ne resta) e dell’IDV dopo la bufera etica di questi ultimi mesi. Il 4,5% circa che i sondaggi attribuiscono a Igroia è persino una mera quota di testimonianza, se pensiamo che nella lista Ingroia va a deflagrare un bacino elettorale (Rifondazione, Verdi, IDV, Arancioni) che una volta aveva ben altre dimensioni (e impatto).

 

Qual è il senso di tutto ciò? Il senso politico, di governo dico, l’efficacia reale, non la testimonianza, nemmeno l’astio o il risentimento di taluni cinquanta-sessantenni ormai fuori dai giochi, il senso di andare effettivamente a produrre un progetto di governo, non a occupare le sedie o a inscenare gesti eclatanti o processi a Monte Citorio, sulla falsariga di un’aula di tribunale (fiancheggiati dal Fatto Quotidiano)? Qual è il senso? Basta una parola: nessuno. Domani (forse, se oltrepasseranno la soglia) avremo in Parlamento un manipolo di vecchio ceto politico, quelli che occupano le teste di lista, mentre le donne (pur sbandierate) sono giù in fondo, in cucina, mentre i grandi dirigenti, i rivoluzionari di professione sono in sala da pranzo ad attendere la pastasciutta.

Nella foto, la pasta al sugo rosso della rivoluzione civile


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15 gennaio 2013

Quanto basta

Berlusconi è quello che firmò la cambiale in bianco all’UE e istituì l’IMU. Monti quell’altro che, per evitare il default, pagò senza fiatare la cambiale di cui sopra utilizzando un IMU talmente iniqua da fare impressione alla stessa UE, che pure esigeva un intervento secco sul debito pubblico. Ora, Berlusconi vorrebbe cancellare l’IMU da lui istituita, a scopo elettorale, così come già fece con l’ICI (nel 2008), a ridosso “tempestivamente” della più grande crisi economico-finanziaria dal ’29 a oggi. Monti, da par suo, dopo aver detto che non c’erano margini sino a poche settimane fa, adesso scopre che l’IMU si potrebbe migliorare (pensate un po’!). Questo sciocco balletto è premiato (a sentire i sondaggi) dagli italiani che non fanno della memoria un proprio punto di forza, evidentemente. Basterebbe soltanto ricordare come, tolta l’ICI (una tassa a suo modo equa), dopo quattro anni di tira e molla coi comuni, si è stati costretti a rimettere in ballo una tassa ben peggiore, sotto la spinta di una crisi spaventosa dello Stato fiscale.

 

Bene. Lo dico senza timori: se gli italiani riterranno di premiare il pifferaio o di sostenere il Monti partitico (salito in politica tanto per mettere una pezza alla vittoria del PD), lusingati dal solito ‘meno tasse per tutti, ma in particolare per i più ricchi’, allora stiamo parlando di un popolo che meriterebbe ben altro che un regime democratico, ma una dittatura un po’ paternalistica, dura quanto basta, mediatica quanto  basta, demagogica quanto basta. E come in Cina il benessere compra l’anima del ceto medio benestante, nonostante le provincie lontane vivano al minimo di sussistenza, anche in Italia potremmo puntare tutto sul consumismo, sulla pancia degli evasori, su chi spara contro la sanità pubblica, evade e poi si opera in un ospedale aggratis, su chi vuole tagliare la spesa scolastica tanto non legge un libro da sempre: consumo contro diritti, mercato nero contro politica, privilegi contro libertà, pancia contro intelligenza. Ma poi ci ripenso e mi fermo qui, perché ho come l’impressione che questa dittatura paternalistica sia già tra noi, e abbia già contrassegnato l’ultimo ventennio. E che lo scambio consumo-diritti sia in corso da tempo. Forse esagero, forse mi ha preso la mano un certo sconforto. Per sicurezza sto zitto, tuttavia, e faccio gli scongiuri. L’unica certezza è che Bersani è davvero di un altro pianeta.

 


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21 dicembre 2012

Votare un anno fa?

Matteo Landini dice che dovevamo andare al voto un anno fa, perché era quello che il Paese voleva. Vorrei ricordare alcuni particolari:

1. Lo scioglimento delle Camere lo decide il Presidente della Repubblica, visto che si parla di Costituzione.

2. Forse (dico forse) il Pd avrebbe vinto le elezioni. Dopo di che avrebbe sostenuto da solo (dico: da solo) il peso di un risanamento difficile persino per un governo retto da una strana maggioranza come l’attuale.

3. La Grecia, dove si è votato, evidentemente non insegna niente. Saremmo entrati nel tunnel delle elezioni anticipate e dei governi che cadevano a raffica.

4. Il PD un anno fa era più debole di ora; oggi la leadership di Bersani nella gestione della crisi e nelle primarie si è rafforzata. Preferisco un PD forte a un PD debole nella gestione di una crisi (internazionale, non solo italiana!)  di tale vastità.

5. Monti è uomo con buone entrature e buona immagina presso le cancellerie e le istituzioni europee. Un capitale che era giusto spendere. Un anno fa, dopo la fase berlusconiana serviva una risposta immediata di credibilità e di competenza. Si doveva dare l’immagine di un Paese che rispondeva rapidamente e unito alla crisi.

6. Il PD avrebbe senz’altro gestito meglio l’aspetto sociale della crisi, ma io resto fermo al mio vecchio ideale di gioventù (cit. Berlinguer) per il quale dinanzi alle fasi storiche di passaggio e dinanzi a compiti di transizione, l’unità delle forze popolari è preferibile alla frammentazione del consenso e dei soggetti sociali. L’unità paga sempre.

7. Oggi andiamo alle elezioni più forti, con Berlusconi costretto ad accentuare la vena populista attaccando Monti che pure ha sostenuto con decine di voti di fiducia. La destra è divisa ed è costretta a differenziare l’offerta (leggi: scissioni consensuali), cioè una truffa di marketing che testimonia la fine di un’egemonia culturale. Il centro è un’allegra accozzaglia di ministri, ricconi, cattolici cattolicissimi e presunta società civile. Il PD è l’unico partito in campo, e si vede. Un anno fa sarebbe stato lo stesso? La destra si sarebbe rigenerata all’opposizione sociale e politica, un dono davvero insperato. Il centro sarebbe rimasto quel che era. Noi avremmo pagato un dazio tremendo. E credo che fosse anche giusto e doveroso coinvolgere tutti, per primo il centrodestra, nella soluzione del problema. Era un atto dovuto di responsabilità generale. Una forma di etica pubblica (visto che si parla così tanto di etica, spesso a sproposito).

 


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permalink | inviato da L_Antonio il 21/12/2012 alle 12:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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